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Agricoltura sociale in atto con Donne della Vite. L’impresa di Valeria Fasoli

 

Donne della Vite è l’associazione nata dalla sinergia di un gruppo di donne professioniste per promuovere e valorizzare il ruolo femminile nel mondo vitivinicolo con una particolare attenzione alla cultura della vite e del vino e all’agricoltura sociale. Coltivatrici, ricercatrici, agronome, produttrici, enologhe, sommelier, ristoratrici, giornaliste hanno dato vita a una comunità che, attraverso eventi, convegni, corsi, visite tecniche, serate a tema, ecc. rafforza la cultura del vino nel nostro Paese. Il tutto con un approccio volto alla sostenibilità ambientale e sociale. In poche parole: agricoltura sociale.

Valeria Fasoli, agronoma, guida questa realtà speciale, spinta dalla volontà di «valorizzare il lavoro e l’imprenditoria femminile da sempre presente in agricoltura. La nostra Associazione è rivolta a tutto il mondo vitivinicolo, infatti vi partecipano anche molti uomini. E tanti giovani. Tuttavia il lavoro della donna va difeso e sostenuto, nell’ottica anzitutto dell’agricoltura sociale e sostenibile».

Per questo le attività che proponete riguardano sia aspetti scientifici sia culturali?

Sì. Sotto l’aspetto scientifico l’Associazione è conosciuta e riconosciuta, in quanto con i nostri convegni riuniamo e facciamo dialogare diversi centri di ricerca con il mondo operativo, in particolare sul tema della sostenibilità, dalla biodiversità alla tutela del paesaggio. Inoltre stiamo partecipando con molto entusiasmo ad alcuni progetti di divulgazione e ricerca nazionali ed europei. Ciò che mi interessa ora è potenziare l’aspetto culturale della nostra attività.

Come sono connessi questi aspetti?

Oltre alla diffusione delle conoscenze tecnico-scientifiche, della tutela e promozione del lavoro femminile nel settore vitivinicolo a tutti i livelli, il nostro impegno è rivolto anche alla valorizzazione del territorio attraverso iniziative di carattere culturale. Un esempio è la giornata dedicata alle Vigne e ai Vini di Venezia che ha permesso una riflessione su quanto la storia e la bellezza rendano più piacevole e memorabile qualsiasi esperienza, anche quella di degustare un vino. Oppure il seminario-degustazione che abbiamo organizzato all’ultimo Vinitaly come occasione per conoscere territori e vini di diverse “denominazioni vulcaniche” italiane e straniere.

Sviluppate anche progetti specifici di agricoltura sociale?

Abbiamo prodotto un vino chiamato DiVento - che già nel nome esprime la mission, orientata al divenire, ossia alla trasformazione - per intervenire sulla situazione di disagio sociale in cui versano molte bambine in Africa. I fondi raccolti dalla vendita di questo vino sono stati, infatti, destinati alla Casa di Anita, il progetto di Amani che in Kenya offre ospitalità alle bambine di strada. Si tratta di uno dei progetti a cui teniamo maggiormente, anch’esso centrato sulla sostenibilità dalla conduzione agronomica del vigneto alla scelta del tappo, che ripartirà il prossimo anno.

Il suo desiderio per il futuro?

Essere presenti sempre di più anche nel Sud Italia dove ci sono le potenzialità per realizzare progetti concreti di agricoltura sociale.

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