Volume: gli agrumi

Sezione: mondo e mercato

Capitolo: agrumi in Italia

Autori: Mario D’Amico, Carmelo Mennone

L’agrumicoltura italiana nel 2010 contribuisce alla ricchezza del paese con un valore delle proprie produzioni, ai prezzi di base, che si attesta intorno a 1,4 miliardi di euro, incidendo per poco meno di un terzo del valore complessivo della frutta (fresca e secca). Nel suo insieme il comparto agrumicolo contribuisce a poco meno del 3% del valore dell’agricoltura nazionale, attestandosi su livelli sostanzialmente analoghi a quelli riscontrati alla fine degli anni ’90 del secolo scorso. L’agrumicoltura, nelle sue connotazioni storiche e attuali, si caratterizza per una marcata polarizzazione nelle regioni meridionali della penisola e nelle isole, pur non mancando areali di coltivazione, di interesse non trascurabile, al di fuori di questi territori (Liguria, Lombardia ecc.). Il comparto agrumicolo nazionale, nell’ultimo ventennio, è stato interessato da notevoli cambiamenti che hanno coinvolto sia l’offerta sia la domanda. Tali mutamenti, non diversi da quelli registrati in altri comparti produttivi, hanno riguardato l’aumento dei prezzi reali del lavoro e degli input impiegati, l’inasprimento delle politiche fiscali e previdenziali, una marcata riduzione dei prezzi alla produzione e il concomitante smantellamento delle politiche comunitarie (in termini di tutela e di sostegno). Le difficoltà del comparto sono andate accentuandosi soprattutto negli ultimi 5-10 anni, sconfinando in situazioni di pesante squilibrio tra costi e ricavi, soprattutto nella fase produttiva (specialmente per limoni e mandarini). Questo ha generato una graduale disattivazione dei processi di produzione nell’intera agrumicoltura nazionale e, in talune aree marginali, persino l’abbandono della coltivazione, con effetti sfavorevoli sulle produzioni, sui redditi e sull’occupazione dell’intera filiera agrumicola nazionale. Tuttavia, anche in una fase certamente non favorevole, gli operatori del comparto hanno comunque reagito attraverso l’introduzione di un’ampia gamma di innovazioni di processo, di prodotto e di tipo organizzativo, mirate sia al contenimento dei costi di produzione sia agli adattamenti generati dall’evoluzione della domanda, sempre più caratterizzata da prodotti differenziati (tanto per il “fresco” quanto per i trasformati). In Italia le superfici agrumetate, nel 2011, si attestano intorno ai 170.000 ettari, con una netta preponderanza di quelle arancicole (60,1%), seguite a notevole distanza dai “piccoli frutti”, clementine e mandarini (22,2%), dai limoni (16,2%) e dalle “altre” (bergamotto, pompelmo ecc.) (1,1%). Le produzioni nel quadriennio 2008-2011 si attestano intorno ai 3,9 milioni di t, distribuendosi sostanzialmente con gli stessi ordini di grandezza delle precedenti, con il primato delle arance (63,3%), seguite dal gruppo dei “piccoli frutti” (21,9), dai limoni (13,9%) e dagli “altri” agrumi (0,9%). Riguardo alla distribuzione geografica degli investimenti, la Sicilia assume saldamente il ruolo di leader nazionale (55,8%), con quasi 95.000 ettari coltivati, seguita a notevole distanza dalla Calabria (25,6%), con poco più di 43.000 ettari investiti. Meno sviluppata l’agrumicoltura in Puglia (6,6%), con poco più di 11.000 ettari, in Sardegna (4,8%) e in Basilicata (4,7), dove si coltivano appena oltre 8000 ettari. La Campania (2%) si colloca al sesto posto con oltre 3000 ettari. Residuale l’agrumicoltura nelle altre regioni d’Italia (0,6%), con meno di 1000 ettari di coltivazione. Con riferimento alle produzioni, si rileva che i risultati dell’ultimo quadriennio (2008-2011) mettono in luce che la Trinacria conferma il proprio primato con più di 1,8 milioni di t di agrumi realizzati (47,4%), seguita dalla Calabria con circa 1,4 milioni di t (37,1%). Anche in questo caso segue, molto indietro, la Puglia con 280.000 t (7,2%) e, ancora oltre, la Basilicata con quasi 160.000 t (4%), la Sardegna con 86.000 t (2,2%), la Campania con meno di 70.000 t e le altre regioni, nelle quali si producono non più di 9000 t di agrumi (0,2%).

Sicilia

L’introduzione degli agrumi in Sicilia, con l’arancio amaro, si fa risalire al IX-X secolo, mentre l’arancio dolce fu introdotto dai portoghesi e dai genovesi tra il 1400 e il 1500. Più recente (inizi del XIX secolo) è la diffusione del mandarino comune, proveniente dalla Cina come pianta ornamentale; solo nella metà dell’Ottocento furono realizzati i primi impianti a fini commerciali. La coltivazione degli agrumi si è diffusa con notevole facilità in Sicilia, dove ha trovato condizioni pedoclimatiche ideali per produzioni di particolare pregio. Gli agrumi coltivati nell’isola oggi sono concentrati prevalentemente lungo le fasce costiere tirrenica e ionica, nella Piana di Catania e in un breve tratto della costa meridionale, da Campobello di Mazara a Ribera. L’arancio, anche se interessa tutte le province, è concentrato per oltre il 40% delle superfici regionali nei territori di Catania, Siracusa, Enna e Agrigento. L’areale più importante è la Piana di Catania, con la coltivazione delle varietà pigmentate (Tarocco, Moro e Sanguinello), di grande interesse economico per gli operatori della filiera agrumicola siciliana. La disponibilità, negli ultimi anni, di nuovi cloni di Tarocco ha consentito l’ampliamento del calendario di produzione, con una raccolta che parte a dicembre per continuare fino a giugno. Produzioni di elevata qualità sono presenti nell’area Palagonia-Scordia, caratterizzata da impianti piuttosto giovani e produttivi (Sanguinello e Tarocco). La provincia di Enna, dal punto di vista colturale, è un’appendice dell’areale catanese, con caratteristiche e problematiche simili. Nel siracusano, la coltivazione dell’arancio interessa il territorio compreso tra Carlentini, Lentini e Francofonte. L’eccellente qualità del prodotto ha permesso il riconoscimento con marchi come l’Arancia Rossa di Sicilia IGP, che comprende diverse varietà tra cui il Tarocco, il Moro e il Sanguinello. Il territorio di coltivazione si estende nelle province di Catania e Siracusa. Di indubbio interesse è la produzione di arance bionde ombelicate, o Navel, in provincia di Agrigento (Ribera e Sciacca); la varietà più diffusa è la Washington Navel, molto apprezzata sui mercati del Nord Italia. Le particolari condizioni ambientali hanno favorito lo sviluppo di un prodotto di qualità riconosciuto dal marchio Arancia di Ribera DOP, che comprende le varietà Brasiliano, Washington Navel (Brasiliano) e Navelina, coltivate nella provincia di Agrigento e una piccola appendice in provincia di Palermo. La coltivazione del limone si concentra lungo la costa ionica e quella tirrenica: in particolare, nelle province di Messina, Palermo, Catania e Siracusa, dove si concentra il 95% della superficie limonicola isolana e oltre l’80% di quella italiana. La parte regionale più a est dell’isola riveste la leadership produttiva, dal punto di vista sia quantitativo che qualitativo. Oggi, le produzioni qualitativamente migliori provengono dal siracusano, precisamente dall’areale tra Augusta, Noto e Rosolini. In tale contesto è stato riconosciuto il marchio Limone di Siracusa IGP, noto come Femminello siracusano, con quattro periodi di produzione: da ottobre a dicembre si raccoglie il Primofiore, da gennaio a marzo il limone Invernale, da aprile a maggio il Bianchetto e da agosto a settembre il Verdello. Nel messinese e nel catanese i limoneti si coltivano lungo la costa nella fascia litoranea, dove le condizioni ambientali marittime mitigano tanto il caldo estivo quanto il rigore dei mesi invernali; il limone è coltivato su appezzamenti spesso terrazzati, frutto di capitalizzazioni del lavoro di epoche passate. La varietà Interdonato, ibrido naturale tra un clone di cedro e uno di limone, ha conseguito il marchio Limone Interdonato di Messina IGP, che interessa la parte ionica della provincia di Messina. Nel palermitano, invece, la coltivazione del limone rimane in alcuni angoli della splendida Conca d’oro, che deve il suo nome al colore dei frutti dell’agrume. Mandarino (quasi 5800 ettari) e clementine (oltre 3600 ettari) incidono per quasi il 10% sulla superficie agrumicola regionale; la loro coltivazione è localizzata nelle province di Catania, Palermo e, in misura minore, Ragusa, Messina e Siracusa. Nel catanese si concentra il 30% delle superfici regionali coltivate (Piana di Catania e area pedemontana etnea). Nella Piana si coltivano soprattutto i mandarini, che trovano qui condizioni pedoclimatiche favorevoli, con produzioni di elevato pregio; la varietà più diffusa è l’Avana, anche se negli ultimi anni si stanno affermando nuovi ibridi apireni di un certo interesse. Nella fascia collinare dell’Etna, precisamente nei territori di Mascali, Piedimonte Etneo, Santa Venerina, Belpasso, Paternò e Adrano, è principalmente coltivato il clementine, che raggiunge buoni livelli produttivi grazie all’equilibrio di diversi fattori, come la fertilità del suolo, la temperatura favorevole e la luminosità. Nel palermitano si concentra il 40% della superficie regionale di mandarini, ubicata nell’area periurbana del capoluogo (Palermo e Misilmeri), che all’importanza produttiva aggiunge quella paesaggistica. Difatti, intorno alla città di Palermo su caratteristici terrazzamenti, che hanno reso coltivabili terreni in forte pendio, si coltivano mandarineti della varietà Tardivo di Ciaculli, divenuti uno dei punti di forza della tradizione agrumicola isolana, valorizzato anche da uno specifico Consorzio. Nel ragusano la coltivazione si estende nelle pianure di Vittoria e Acate, e verso le aree più collinari di Comiso e Chiaramonte Gulfi. Nel messinese la coltivazione si concentra nella parte nordorientale dell’isola, con una presenza sul versante tirrenico (Barcellona Pozzo di Gotto, Rometta, Villafranca Tirrena, Monforte San Giorgio, Milazzo); poco rilevante, infine, è la presenza sul versante ionico (Messina). Nel siracusano i mandarini si estendono su limitate superfici e in vecchi impianti; maggiore è l’interesse per il clementine, con nuove varietà adatte alle condizioni pedoclimatiche della Piana di Siracusa, capaci di produrre frutti di buon livello quali-quantitativo.

Calabria

In questa regione la coltivazione interessa diverse aree legate fondamentalmente alle zone costiere tirrenica e ionica; la particolarità di questa agrumicoltura, oltre alla notevole estensione, è data dalla presenza di specie non diffuse in altri areali agrumicoli nazionali, cedro e bergamotto, per i quali la Calabria ha il primato a livello mondiale. Nel reggino la zona ionica è quella con le condizioni ambientali più idonee alla coltivazione. In questa area si coltivano diverse cultivar di arancio, clementine e soprattutto il bergamotto. Il marchio Bergamotto di Reggio Calabria DOP è riferito all’olio essenziale, prodotto nella zona costiera tra Villa San Giovanni e Gioiosa Ionica, tra il mar Ionio e il Tirreno, e comprende numerosi comuni della provincia di Reggio Calabria. L’olio essenziale di bergamotto viene usato nell’industria profumiera, farmaceutica, alimentare e dolciaria. Come in tutte le aree agrumicole storiche sono presenti varietà tipiche, soprattutto di arancio, tra le quali si ricorda il Biondo San Giuseppe, una particolare selezione del Belladonna che riesce a conservarsi bene sulla pianta fino al mese di giugno. Nel catanzarese la parte più rappresentativa è la costa tirrenica dove alle coltivazioni di arancio e clementine, nel corso degli anni, si è affiancata un’attività vivaistica, che ha rappresentato un punto fermo per la produzione di materiale di propagazione sia varietale che portinnesti. L’agrumicoltura più dinamica in quanto legata al mercato di consumo, pertanto in continuo aggiornamento varietale, è quella dell’arco ionico cosentino. In questa provincia si coltivano le produzioni di maggior pregio, come il clementine, tanto da primeggiare come area a livello nazionale per superficie coltivata. La coltivazione del clementine si è diffusa dopo il 1950, grazie alle vocate condizioni ambientali, che permettono al frutto di raggiungere ottime caratteristiche qualitative estrinseche e intrinseche e di maturare molto precocemente, già a partire dai primi di ottobre, con un calendario che continua fino a marzo. In Calabria si coltivano oltre 17.000 ettari, pari a quasi il 60% delle superfici nazionali. Le ottime caratteristiche produttive quanti-qualitative hanno consentito il riconoscimento del marchio Clementine di Calabria IGP, che vale per tutto il territorio regionale. Particolarità del territorio sono il cedro, coltivato sulla costa tirrenica in meno di 70 ettari, e il limone nell’alto cosentino, ai confini della Basilicata, nel comune di Rocca Imperiale, che ha conseguito il riconoscimento di Limone di Rocca Imperiale IGP.

Puglia

La coltivazione degli agrumi in Puglia è presente principalmente lungo l’arco ionico tarantino e leccese; una coltivazione di nicchia si pratica nel Gargano, con varietà tipiche locali. L’agrumicoltura si concentra quasi esclusivamente sull’arancicoltura, diffusa su oltre 6000 ettari, e sulla clementinicoltura, che interessa quasi 4800 ettari. La diffusione dell’agrumicoltura in coltura specializzata nell’area tarantina si fa risalire agli inizi del 1900, anche se dell’introduzione di tali frutti in questa zona si ha menzione con tutta probabilità già nel 1700. La scarsa disponibilità idrica ha condizionato la diffusione di questo gruppo di specie. È solo nel Secondo dopoguerra che si assiste all’espansione e specializzazione della coltivazione di agrumi, grazie alla riforma fondiaria, che ha consentito di mettere a disposizione degli agricoltori adeguate risorse idriche. Nel tarantino la coltivazione, concentrata nei comuni di Massafra, Palagiano, Palagianello, Castellaneta e Ginosa, vede primeggiare il clementine, con un calendario di maturazione che parte da ottobre per protrarsi a marzo con le varietà tardive. Per l’arancio prevale il Navelina, mentre per il clementine spicca il Comune. Per quanto riguarda i portinnesti prevale l’arancio amaro; nei nuovi impianti vengono inseriti i citrange Carrizo e Troyer, che incontrano limitazioni nei terreni calcarei e con acque di irrigazione di medio-alta salinità. La produzione è destinata, alla pari di quella nazionale, al mercato del “fresco” ed è fortemente indirizzata al soddisfacimento delle esigenze del consumatore in termini di calendari di offerta, prodotti innovativi e produzioni certificate. Da ricordare è il marchio di qualità Clementine del Golfo di Taranto IGP, prodotto nei comuni di Palagiano, Massafra, Ginosa, Castellaneta, Palagianello, Taranto e Statte. Sono comprese nella denominazione le seguenti cultivar e selezioni clonali: Comune, Fedele, Precoce di Massafra (o Spinoso), Grosso Puglia, ISA, SRA 63 e SRA 89. Nel leccese l’incidenza agrumicola non è particolarmente rilevante, però in passato diversi sono stati gli investimenti arancicoli e clementinicoli, che hanno consentito il conseguimento di produzioni di qualità, viste le condizioni ambientali miti che permettono di ottenere produzioni precoci.

Basilicata

Nel Metapontino, territorio che ha visto la colonizzazione greca e con questa una fiorente attività agricola, il clima particolarmente mite consente la coltivazione dell’arancio, soprattutto Navel, e del clementine. La coltivazione degli agrumi ha origini antiche, dato che sembra siano stati gli arabi a introdurli nelle valli dell’Agri e del Sinni, dove trovarono condizioni idonee di coltivazione grazie alla disponibilità di risorse idriche. Anche in questa regione l’agrumicoltura interessa quasi esclusivamente l’arancio, principalmente Navelina, su poco meno di 6000 ettari, e il clementine, con cloni a maturazione precoce, intermedia e tardiva, messo a coltura su oltre 2000 ettari. Un’agrumicoltura destinata al consumo fresco deve soddisfare le esigenze del consumatore, per cui nell’ultimo decennio sono state inserite nuove varietà di agrumi a frutto piccolo, a maturazione precoce e tardiva. La presenza di condizioni pedoclimatiche vocate, nonché acque irrigue di buona qualità, hanno permesso il ricambio del portinnesto, per cui si è passati dall’arancio amaro ai citrange.

Sardegna

Gli agrumi in Sardegna sono concentrati per circa tre quarti delle superfici nel cagliaritano e nelle aree costiere orientali e meridionali dell’isola. La specie più coltivata è l’arancio, con oltre 5700 ettari, seguito dal clementine, con poco meno di 1000 ettari, dal mandarino, con quasi 800 ettari, e dal limone, con circa 600 ettari. Il patrimonio varietale è stato fortemente rinnovato negli anni ’70, grazie al concorso di strutture sperimentali (Consorzio Interprovinciale per la Frutticoltura di Cagliari), in linea con le esigenze del mercato, con l’introduzione di cultivar di arancio bionde ombelicate quali la Washington Navel, seguita, nel decennio successivo, dal Naveline. Per il clementine la varietà più diffusa è l’SRA 63, mentre per il limone la varietà più diffusa è stata l’Eureka, almeno, prima che il mal secco ne limitasse la sopravvivenza. Nell’ambito dei portinnesti, prevalgono i trifoliati con circa il 70% (soprattutto citrange, in particolare Carrizo, seguito da Poncirus trifoliata Pomeroy; qualche impianto con citrumelo Swingle), mentre il 30% è arancio amaro.

Campania

L’agrumicoltura campana, pur risultando marginale rispetto a quella italiana, riveste particolare rilievo sia per gli aspetti paesaggistico-ambientali sia per l’elevata qualità delle sue produzioni. In particolare nelle costiere sorrentina e amalfitana, grazie a tecniche colturali che hanno messo a coltura colline scoscese e i dirupi in terrazze, la coltivazione riveste un ruolo importante per la tutela del territorio. Il limone rappresenta il prodotto a più forti connotazioni storiche, oggi diffuso su poco meno di 1200 ettari. Le pregevoli qualità delle produzioni limonicole hanno consentito il conseguimento di marchi di qualità come l’IGP Limone di Sorrento e il Limone Costa d’Amalfi. L’arancicoltura interessa poco più di 1200 ettari, mentre minore è l’interesse per mandarini (571 ettari) e clementine (403 ettari).

 


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