Volume: la patata

Sezione: storia e arte

Capitolo: Musei della patata in Italia e nel mondo

Autori: Laura Pappacena

La più amata nel mondo, ma anche avversata per oltre un secolo come il “frutto del diavolo” perché nata sottoterra e temuta oggi soprattutto da chi ha un metabolismo lento. Parliamo della patata, già protagonista di quadri celebri quali I mangiatori di patate di Vincent van Gogh, è diventata una star indiscussa da quando le sono stati intitolati veri e propri musei in diverse parti del mondo. Esistono, è vero, numerosi musei del gusto dedicati a prodotti alimentari, ma pochi tra questi si possono vantare di averne uno solo per loro.

Musei stranieri

Il più noto si trova negli Stati Uniti. Si tratta del Potato Museum di Albuquerque, nel Nuovo Messico. La sua storia è davvero particolare, per cui vale la pena accennarla brevemente. Il giovane Tom Hughes, studente della scuola internazionale di Bruxelles, in occasione della ricerca scolastica di fine anno, realizzò un’ampia raccolta di oggetti e documenti riguardanti le patate. La ricerca fu talmente apprezzata che, dopo altri tre anni di raccolta, venne esposta dalla scuola in tre aule in disuso, con il nome di Museo delle Patate. Il ragazzo nel tempo divenne insegnante, ma la passione per le solanacee non lo abbandonò, quindi decise di cessare l’attività scolastica per dedicarsi completamente alla ricerca storica e sociale di questo alimento. Cominciò così a viaggiare per l’Europa, documentandosi e raccogliendo materiale e informazioni nei diversi centri di ricerca nazionali. Nel 1983 Tom fu invitato negli Stati Uniti, sua terra di origine, a tenere conferenze in moltissime scuole e nei musei. La sua presenza in televisione ne decretò la notorietà. Il successo fu tale che Tom decise di trasferirsi a Washington. Trasmise la sua passione anche alla moglie Meredith che, riprendendo i risultati delle ricerche del marito, pubblicò un libro dal titolo The Great Potato Book. Grazie al contributo di R. Sawyer e J. Niederhauser, ricercatori del CIP, il Centro Internacional de la Papa del Perú, la maggiore istituzione mondiale in tema di patate, il valore scientifico delle ricerche di Tom fu suggellato con la fondazione di un’associazione culturale. Ma i coniugi Hughes non si accontentarono dei risultati ottenuti e continuarono le loro ricerche e la loro attività in tutto il mondo, curando, tra l’altro, numerose mostre. La loro attività divenne sempre più conosciuta anche grazie ai servizi che le televisioni dedicarono al museo che diventò, così, nel tempo, una grande attrazione della città. L’eccessivo traffico che si creò per le numerose visite dei locali e dei turisti indusse, però, il proprietario della struttura a ritirare le autorizzazioni. Perciò la famiglia Hughes, insieme al museo, si trasferì ad Albuquerque, nel Nuovo Messico, dove tuttora si trova. Il nuovo allestimento diede vita, altresì, al Food Museum, una grande raccolta di testimonianze del ruolo culturale del cibo. Anche oggi Tom e Meredith continuano instancabili le loro attività di ricerca e di produzione di materiale educativo e informativo sulle patate. Quello di Albuquerque non è però l’unico museo statunitense. A Blackfoot, la capitale della patata, nella contea di Bingham, si trova, dal 1912, l’Idaho Potato Museum. L’Idaho è la terra dei cercatori d’oro, i quali a un certo punto compresero che avrebbero guadagnato di più coltivando ed esportando patate. I primi tuberi furono piantati dal reverendo Henry Spalding, ma lo sviluppo della produzione ebbe un vero impulso con l’arrivo dei pionieri nel luglio del 1847. Il museo ne ripercorre la storia, in un viaggio attraverso la rivoluzione dell’industria della patata, dalle prime coltivazioni alle recentissime patatine della Pringle’s Company. Fornisce inoltre informazioni complete sul passato del famoso tubero, sul suo potere nutrizionale, sulle modalità di semina, coltivazione e raccolta, insieme a tante curiosità e a percorsi didattici. All’Idaho Potato Museum sono esposte anche vecchie attrezzature agricole. Tra le curiosità: la patata più grande al mondo e il negozio dove è possibile acquistare gadget (da non perdere la maglietta di Marilyn Monroe con indosso un vestitino di iuta tappezzato dai loghi delle patate) e articoli prodotti con questo alimento, oltre alla possibilità, ovviamente, di comprare ottime patate fresche dell’Idaho. L’introduzione, nella metà del Cinquecento, della patata in Europa ha segnato indelebilmente le abitudini gastronomiche del Vecchio continente, tanto che la migliore patata fritta si ritiene sia quella belga. In uno dei più antichi quartieri di Bruges, e precisamente in un elegante edificio del XIV secolo, chiamato Saaihalle e situato in Vlamingstraat 33, si trova dal 2008 il Frietmuseum, il museo delle patate fritte. L’idea è nata da Eddy Van Belle che, con suo figlio, ha già al suo attivo la fondazione del museo della cioccolata. La vocazione del museo è didattica e illustra la storia sia della pomme de terre, sia della sua frittura e dei differenti condimenti che abitualmente l’accompagnano. I visitatori possono ammirare la collezione di macchinari utilizzati per la coltivazione, la raccolta, la pulizia e la frittura delle patate e come esse sono state oggetto d’interesse nelle arti, nella musica e nei film. La visita si snoda su tre livelli: al pianterreno viene ripercorsa l’emozionante storia del tubero, la cui presenza sembra attestata nella regione delle Ande probabilmente 2000 e più anni prima della Conquista; il primo piano è dedicato in particolare alla storia delle patate fritte e della loro origine belga; infine, nelle cantine medievali, dopo aver così sollecitato l’appetito, le si possono finalmente degustare. Da non perdere il Kartoffelmuseum, che si trova in Grafinger Straße, a Monaco di Baviera. La patata in Germania è una vera e propria istituzione culinaria, al punto che Federico II di Prussia (1712-1786), sovrano illuminato, promosse l’introduzione della patata in Germania. Aperto nel 1996 da Otto Eckart, è l’unica galleria al mondo che studia esclusivamente questo tubero come protagonista nella storia dell’arte. La famiglia Eckart, tra l’altro, fu la fondatrice della Pfanni, la prima società produttrice di polvere secca di patate che permise, anche a chi non possedeva particolari doti culinarie, di preparare un ottimo purè, con la sola aggiunta dell’acqua. Dipinti a olio, acquerelli, incisioni, disegni, litografie, stampe, pitture su vetro, hanno tutti come tema la patata.

Musei in Italia: il museo di Budrio

In Italia, la patata è celebrata a Budrio, nel museo ideato da Mario Pasquali. Questo tubero, infatti, si è ben adattato nel nostro Paese, così da diffondersi dalle zone pianeggianti a quelle montane. D’altronde, il territorio emiliano cominciò molto presto a occuparsene: le sue proprietà furono osservate nell’orto botanico dell’Università bolognese nei primi anni del Seicento, dove il botanico Giacinto Ambrosiani la descrisse come pianta medicamentosa, ma ancora non alimentare. Il museo è stato inaugurato nel 2008, l’anno internazionale della patata, anche per segnalare un importante traguardo per le aziende della zona che operano in questo settore. La collezione è divisa in tre sezioni: la prima è dedicata alle macchine pianta e scava patate; la seconda agli attrezzi utilizzati per la raccolta e la terza agli irrigatori, tutti strumenti fondamentali per la coltivazione. Gli arnesi esposti sono, in parte, realizzati da agricoltori-meccanici o da artigiani locali, che hanno sfruttato il loro ingegno per risolvere problemi di natura pratica, costruendo pezzi unici, molto spesso con materiali di recupero. è il caso, per esempio, di una macchina piantapatate degli anni Sessanta in cui vengono utilizzati i porta saponette come contenitori dei tuberi da piantare, mentre le ruote sono quelle di una carrozzina. Per ogni strumento viene sempre ricordato il costruttore: così la macchina piantapatate del 1967 è opera della famiglia Giuliani di Budrio, che si è servita di ruote di bicicletta, inferriate e gomma; mentre il tagliapatate, che a seconda della grandezza del tubero consentiva di tagliarlo in due o più parti, si ricorda essere opera di Dino Mioli.


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