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Il rapporto sul capitale naturale in Italia

Quanto vale il capitale naturale in Italia? A dirlo il primo Rapporto sul Capitale Naturale, diffuso dal Ministero dell'Ambiente insieme con il Ministero delle Politiche Agricole lo scorso maggio. All'interno del rapporto vi è un intero paragrafo relativo all'agricoltura e al suo sviluppo in considerazione del consumo di suolo, nel quale si evidenzia: la perdita di superfici agricole, sia seminativi (-1.2 milioni di ha) che prati e pascoli (-300 mila ha); l’espansione della superficie forestale (+500 mila ha); l’espansione della superficie urbana (+500 mila ha). Il consumo di suolo interessa spesso i terreni migliori e più fertili aventi una capacità produttiva maggiore mentre quelli con una minore capacità d’uso sono solitamente i primi a subire fenomeni di abbandono colturale e rapida successiva ricolonizzazione da parte del bosco.

Il consumo di suolo

in agricoltura Il consumo di suolo ha ovvie e ingenti implicazioni negative sia dal punto di vista ecologico che economico. Recenti approfondimenti, iniziati a partire dall’Abruzzo, hanno dimostrato come lo stesso vada ad interessare spesso i terreni migliori e più fertili aventi una capacità produttiva maggiore, mentre quelli con una minore capacità d’uso sono solitamente i primi a subire fenomeni di abbandono colturale e rapida successiva ricolonizzazione da parte del bosco. Lo stesso studio ha tentato di quantificare in termini economici tali cambiamenti, utilizzando i Valori Agricoli Medi. Quel che è emerso, è che dal 1990 al 2008 i cambiamenti d’uso del suolo in Abruzzo hanno determinato una riduzione del valore agricolo di circa 406 Mln €. Tale perdita è imputabile in larga parte all’abbandono colturale e successivo avvio del processo di rinaturalizzazione (-374 Mln €) soprattutto nelle zone collinari e montuose della Regione, ma molto preoccupante è la perdita di circa - 157 Mln € dovuta all’urbanizzazione, soprattutto di fondovalle e zone costiere.
Un recente studio condotto in Regione Molise e Città metropolitana di Roma, ha quantificato che il consumo di suolo dal 1990 al 2008 è responsabile della riduzione di circa 1.7 Mt C (pari a circa il 50% del carbonio fissato dai boschi del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise), con un costo sociale che si aggira intorno ai 350 Mln €, che riportato in termini relativi equivale ad un valore rispettivamente di circa 14 e 13 mila €/ha.

Il valore fondamentale dell'agricoltura

In tale contesto l’agricoltura rappresenta un elemento fondamentale in grado di ricostituire un paesaggio equilibrato attraverso la preservazione e la tutela degli spazi non costruiti e, per quanto possibile, con la ricostituzione dell’integrità ecologica degli ambienti degradati e frammentati. Alle quote più elevate e su terreni più acclivi, nei territori montani e nelle aree interne, invece, l’abbandono colturale è il motore principale dei processi di ricolonizzazione da parte del bosco, fenomeno non per forza sempre positivo dai punti di vista della conservazione della biodiversità, ecologica e funzionale. Tale fenomeno segue una sorta di gradiente latitudinale, mostrando una crescita passando dalle regioni settentrionali a quelle meridionali, a causa principalmente delle vicissitudini socio- economiche che hanno interessato la Penisola, dove il declino del settore primario è avvenuto dapprima al Nord. Al contrario il sistema agricolo basato sulla mezzadria ed il latifondo ha garantito una relativa stabilità dell’estensione dei terreni agricoli fino al secondo dopoguerra, quando, per effetto dei repentini cambiamenti socio-economici, si è avuta anche qui una forte accelerazione dei processi migratori dalla campagna verso la città.

 

La riduzione del suolo agricolo

Approfondendo infine l’analisi del comparto agricolo, i dati, al momento elaborati per poco più del 50% del territorio nazionale, mostrano come la riduzione più significativa sia in effetti quella a carico dei seminativi, mentre si è registrato un incremento delle superfici dedicate alla viticoltura (+83% rispetto al 1990) e l’olivicoltura (+15%). Seppur con dimensioni decisamente inferiori, è da notare inoltre la riduzione degli agrumeti e l’espansione delle risaie.
La Politica Agricola Comunitaria (PAC) ha riconosciuto l’importanza del mantenimento di un buono stato ambientale nel settore agrario, in virtù del mantenimento e del potenziamento della fornitura di servizi agro-ecosistemici delle aree coltivate. In particolare la PAC ha predisposto una serie di finanziamenti per le attività di greening ovvero per tutte quelle attività che favoriscono la formazione di un legame tra il territorio agricolo e l’ecosistema naturale in cui esso si inserisce. I pagamenti diretti sono destinati ad esempio alle attività di: valorizzazione della biodiversità agraria attraverso la diversificazione colturale; mantenimento della qualità dei suoli e della loro fertilità mediante l’uso di pratiche meno invasive; conservazione di microhabitat, di ecotoni e di corridoi naturali (Ecological Focus Area) all’interno di aree limitrofe ai coltivi che si siano rinaturalizzate o che siano state destinate a sistemi agro-pastorali tradizionali. 

L'Italia rispetta l'Accordo di Parigi per le emissioni

Il ruolo di mitigazione ai cambiamenti climatici dell’agricoltura è stato rivalutato anche nell’ambito dell’art. 4 par. 2 dell’Accordo di Parigi, secondo cui ogni Parte deve preparare, comunicare e rispettare un contributo nazionale che intende mantenere al fine del raggiungimento dell’obiettivo di riduzione. L’Italia rientra nel contributo complessivo europeo di riduzione del 40% delle emissioni nazionali entro il 2030 rispetto al 1990, che prevede l’inclusione del settore Agriculture, forestry and other land uses e la relativa definizione di politiche e condizioni tecniche entro il 2020.
Secondo gli ultimi dati disponibili di “Italian Greenhouse Gas Inventory. National Inventory Report 2016” dell’ISPRA, le emissioni agricole italiane rappresentano il 7,2% del totale nazionale, con un trend in diminuzione del 16,2% dal 1990 al 2014 dovuto principalmente alla riduzione del numero di animali allevati e all’aumento della raccolta del biogas dalle deiezioni animali (circa il 10%). Nel 2014 il settore agricolo ha contribuito alle emissioni nazionali con: il 42,7% di metano (CH4) rappresentando la principale sorgente per questo gas in Italia; il 61,7% delle emissioni di protossido di azoto (N2O); lo 0,13% per il diossido di carbonio (CO2). Le sorgenti più consistenti ricadono nelle categorie: suoli agricoli, fermentazione enterica, gestione delle deiezioni, risaie e combustione delle stoppie. In termini di CO2 equivalenti, considerando che l’azione sull’effetto serra del N2O e del CH4 è rispettivamente maggiore di 300 e di 30 volte a quello della CO2, il totale è di 30,338 Gg CO2eq.
In quanto al ruolo di serbatoi di carbonio, l’accumulo nella biomassa si può ritenere significativo prevalentemente per le colture pluriennali e legnose (e.g. uliveti e vigneti) assumendo che, nelle colture annuali, la produzione e la perdita di biomassa corrispondano ad un bilancio zero alla fine del ciclo. Secondo i dati del National Inventory Report 2016, le emissioni nette di CO2 relative al settore Agricoltura, e LULUCF (Land use, land use change and forestry – uso del suolo, cambio di uso del suolo e selvicoltura) sono risultate per il 2014 di -6,611 Gg nelle praterie e di 3,216 Gg per le coltivazioni. 

 

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